L’impronta ecologica

L’impronta ecologica

“Affinché l’Inghilterra possa vivere in relativo benessere, cento milioni di indiani devono vivere al limite della morte per fame: una condizione perversa, alla quale si accondiscende ogni volta che si sale su un taxi o si mangia un piatto di fragole con la panna”. Così scriveva lo scrittore britannico George Orwell più di 60 anni fa. La sua geniale intuizione – il benessere materiale di una parte privilegiata della popolazione mondiale ha un prezzo: la miseria per un’altra parte della popolazione mondiale – era destinata a restare inascoltata.

INTRODUZIONE

Anche oggi che l’abisso delle disuguaglianze globali raggiunge profondità allora inimmaginabili, il concetto che un eccesso di consumi riduce le possibilità di consumo di altri individui è; tutt’altro che diffuso, e ancor meno condiziona i nostri comportamenti. Eppure dovrebbe. Anche perché il nostro spensierato consumismo, l’idea che l’obiettivo dell’economia debba essere una crescita senza limiti ci sta portando verso un collasso planetario che presto diventerà irrimediabile, se non ci decidiamo a cambiare radicalmente direzione. Per capire appieno la portata del problema esiste un sistema che valuta l’impatto degli individui e delle popolazioni sull’ambiente, messo a punto negli anni Novanta da Mathis Wackernagel, dirigente dell’istituto “Redifining Progress” negli Stati Uniti e coordinatore del Centro Studi sulla sostenibilità in Messico: è quello dell’impronta ecologica. Si tratta, in pratica, di calcolare l’area di terra produttiva (campi coltivati, pascoli, foreste, sottosuolo) e di mare necessaria a sostenere i nostri consumi di materie prime e di energia e ad assorbire i nostri rifiuti. Come tutti i modelli è semplificato e certamente sottostima alcuni fattori (ad esempio l’impoverimento della terra sottoposta a coltivazioni intensive), ma serve a dare un’idea abbastanza realistica.

I 6 COMPONENTI DELL’IMPRONTA

“L’impronta ecologica viene calcolata prendendo in considerazione più di 50 risorse naturali: carne, latticini, frutta, verdura, legumi, pesce, tabacco, grano, caffè, prodotti del legno e così via”, spiega Gianfranco Bologna, presidente del WWF Italia. “Per valutare i consumi di un paese, si aggiungono alla produzione interna le importazioni e si sottraggono le esportazioni. Per il bilancio energetico si tiene conto dell’energia generata localmente e di quella inglobata in più di 100 categorie di prodotti commercializzati. L’impronta ecologica è data dalla somma di sei componenti: la superficie di terra coltivata necessaria per produrre gli alimenti, l’area di pascolo necessaria per i prodotti animali, la superficie di foresta necessaria per produrre legno e carta, la superficie marina necessaria per produrre pesci e “frutti” del mare, la superficie di terra edificata e la superficie forestale necessaria per assorbire le emissioni di anidride carbonica risultanti dal consumo energetico”. Il risultato, diviso per il numero di abitanti di un paese, fornisce l’impronta ecologica media di quella popolazione, che viene poi confrontata con la terra produttiva pro-capite disponibile nel paese stesso.

QUANTA TERRA CI SPETTA?

Dei 51 miliardi di ettari di superficie complessiva del pianeta, solo 15 miliardi sono rappresentati dalle terre emerse e le aree modificate direttamente da interventi umani (pascoli, campi, superfici edificate, strade ecc.) rappresentano circa il 35% delle terre emerse. Dividendo la terra e il mare produttivi per il numero di esseri umani che abitano il pianeta, risulta che ciascuno di noi ha a disposizione 2,1 ettari. Ma occorre anche considerare la superficie necessaria alle altre specie, cioè alla conservazione della biodiversità, stimata in circa il 12% delle terre emerse. Sottratte le quali, per gli umani rimangono 1,8 ettari a testa (in realtà ne “usiamo” in media 2,3 a testa, e vedremo dopo cosa significa). Nel 2050, se raggiungeremo i 9,3 miliardi di esseri umani previsti dalle proiezioni dell’Onu, diventeranno meno di 1,2 ettari pro-capite. La terra produttiva infatti si riduce costantemente, sia per l’inquinamento e il sovra-consumo di risorse (terreni fertili, acqua, legname, pesce, ecc.), che provoca desertificazione ed erosione, ma soprattutto per l’aumento degli abitanti della terra: agli inizi del secolo scorso, quando la popolazione mondiale stava raggiungendo i due miliardi, ogni individuo aveva a disposizione in media 5,6 ettari, oggi ne abbiamo circa un terzo.

I=PxAxT

Colpa di africani, indiani e cinesi che fanno troppi figli? La questione non è così semplice. C’è una formula, messa a punto più di trent’anni fa dall’ecologo Paul Ehrlich e dall’esperto di energia John Holdren, che ci permette di valutare l’impatto di una popolazione sull’ambiente: la famosa equazione I=PxAxT. Non fatevi spaventare, non è difficile: sta per Impatto uguale Popolazione per Affluenza (cioè consumo medio di risorse per persona) per Tecnologie (cioè indice della dannosità ambientale delle tecnologie che forniscono i beni consumati). Ora, è evidente che per il Sud del mondo il problema è ridurre le loro popolazioni, dato che non si può certo pretendere che riducano i consumi o le tecnologie (anzi, dovrebbero aumentarli). Viceversa, per i paesi occidentali l’obiettivo dovrebbe essere proprio limitare questi ultimi due fattori.

I PIÙ SPRECONI DI NATURA

È quello che stiamo facendo? Evidentemente no: anzi, stiamo facendo proprio il contrario. Prendiamo gli statunitensi, indiscussi leader della classifica mondiale dello spreco: hanno un’impronta ecologica media di 9,6 ettari e mezzo a testa, contro una disponibilità di terra produttiva, sul loro territorio, di 5,8 ettari. Un deficit netto, dunque, di 3,8 ettari. Un americano medio produce 730 chili di rifiuti l’anno, mangia cento chili di carne, consuma 600 litri di acqua al giorno e brucia energia quanto quattro italiani, 160 tanzaniani e 1.100 ruandesi. Di più: il sistema di produzione americano è molto inefficiente, nel senso che spreca tantissima energia. Risultato: ogni americano produce 27 volte più anidride carbonica della quota che è stata calcolata come “sostenibile”: 20 tonnellate all’anno, contro le 7,4 di un italiano e le 0,2 di un cittadino dei paesi poveri.

L’IMPRONTA ITALICA

L’impronta ecologica media degli italiani è di 3,8 ettari (pur con notevoli differenze tra zona e zona, come hanno dimostrato i calcoli del WWF), contro una disponibilità di terra produttiva sul territorio nazionale di 1,3. Consumiamo dunque circa il triplo di quello che ci spetterebbe, e il deficit (come tutti i paesi ricchi) lo colmiamo in gran parte importando risorse a basso costo dal Terzo mondo (ecco perché è così utile costringerlo a stare sul mercato mondiale mantenendolo però nella miseria, intrappolato dal debito e privo di qualsiasi potere contrattuale). Come se non bastasse, i nostri consumi sono in crescita: un italiano medio produce 398 chili di rifiuti all’anno e quasi il doppio di CO2 rispetto alla media mondiale (10 volte più di un indiano), consuma 150 chili di carta all’anno (quattro volte più della media mondiale, 75 volte più di un indiano), tre volte più combustibili fossili rispetto alla media mondiale e 23 volte più di un indiano. Possediamo un’auto ogni due individui (una ogni dieci la media mondiale, una ogni 500 quella indiana). Per diventare ecologicamente sostenibili – e un pò più equi – dovremmo ridurre i nostri consumi del 75%. Anche perché – sarebbe ovvio, ma è bene sottolinearlo – per ogni persona che, come noi italiani, consuma tre volte più di quel le spetta c’è qualcun altro, magari dall’altra parte del mondo, che deve accontentarsi di un terzo.

DEBITI E CREDITI

Ovviamente ci sono disparità, legate al reddito, anche all’interno dei paesi ricchi: si stima ad esempio che il 20% più povero della popolazione canadese abbia un’impronta ecologica media procapite di meno di tre ettari a testa, mentre quella del 20% più ricco supera i 12 ettari. C’è da sottolineare poi che alcune popolazioni del Sud del mondo, come i cinesi, pur consumando mediamente molto poco, sono in “deficit” a causa dell’abbondanza di abitanti e della scarsità di terra produttiva (1,6 ettari contro una “biodisponibilità” di 1,1). In pareggio invece i pur numerosissimi indiani, grazie alla modestia dei consumi (0,7 ettari). Ma può verificarsi anche il caso contrario: l’Australia ad esempio, pur avendo un’impronta enorme (6,9 ettari), ha una densità di popolazione così bassa da trovarsi in credito di terra produttiva (14,2 ettari). In generale tuttavia sono gli abitanti del Sud del mondo ad avere i maggiori “crediti”, dovendo accontentarsi in media di mezzo ettaro a testa contro i quasi due che gli spetterebbero, facendo i conti su scala globale; fino a estremi come quello del Bangladesh, con una misera impronta da 0,07 ettari.

STIAMO INTACCANDO IL CAPITALE

Secondo il rapporto del 2000 del Living Planet, negli ultimi 30 anni l’impronta ecologica globale dell’umanità è aumentata del 50%; nello stesso periodo, il declino degli ecosistemi è stato stimato del 33%. In pratica, significa che negli anni Settanta abbiamo compiuto il sorpasso: il ritmo dei consumi delle risorse naturali (acqua, terra fertile e così via) ha superato la loro capacità di rinnovarsi e oggi la nostra impronta globale supera di almeno il 30% la capacità biologica produttiva della terra. La terra, dunque, impiega 1,3 anni per rigenerare ciò che l’umanità consuma in un anno. E dato che il 20% più ricco dell’umanità (cioè noi dei paesi occidentali) consuma oltre l’80% delle risorse naturali, questo significa che la popolazione dei paesi “sviluppati” supera da sola la capacità di carico del pianeta.

COME RIDURRE L’IMPRONTA

Cambiare i comportamenti individuali è il primo, indispensabile passo. Cosa significa? Anzitutto ridimensionare i consumi, a tutti i livelli. Ad esempio rinunciando all’idea che per utilizzare un’attrezzatura bisogna per forza possederla. Sicuri che vi ci vogliano tre auto in famiglia? Avete considerato lo spreco enorme di materia ed energia “intrappolate” in un’auto che sta ferma 23 ore su 24? Provate a prendere in considerazione il car sharing, oppure le condivisioni con amici e vicini. Il che non toglie che sia meglio spostarsi, ogni volta che si può, a piedi o in bici o con i mezzi pubblici (a parità di percorso, l’impronta ecologica legata all’uso dell’auto è 12 volte maggiore di quella della bici e cinque volte più grande di quella di un mezzo pubblico). Passiamo al cibo. Le regole generali sono presto dette: preferire tutto ciò che è fresco, vegetale, biologico, di stagione, prodotto il più vicino possibile, poco o per niente lavorato, con imballaggio ridotto e riciclabile o, meglio ancora, riutilizzabile. Gruppi di acquisto solidali, mercati e negozietti sono molto meglio del supermarket. L’agricoltura intensiva, al di là dei miti, è altamente inefficiente: l’energia ricavata dal raccolto è spesso inferiore a quella necessaria per produrlo, soprattutto se si fa un forte uso di fertilizzanti chimici. Il consiglio? Evitare i vegetali di serra (la loro impronta ecologica è da 10 a 20 volte superiore a quella dei prodotti in campo aperto) e preferire i cibi biologici. Il consumo di carne e pesce va abolito o ridotto al minimo (la produzione di proteine animali “costa” sprechi enormi di energia). Il consumo di acqua minerale andrebbe eliminato, tanto più se in bottiglia di plastica.

IMPRONTA ECOLOGICA AL FERMI

Come prova di quanto avete potuto apprendere leggendo queste informazioni, vi proponiamo di svolgere accuratamente il questionario allegato. Cosa? Vi chiedete se noi l’abbiamo fatto? Certo, potevamo perdere l’occasione per registrare l’impronta ecologica media degli studenti del Fermi?? Così, penne alla mano, ci siamo immersi completamente nella statistica e, una volta giunti al termine, riguardando i risultati, ci siamo accorti che c’era qualcosa di straordinariamente preoccupante… Già… I nostri cari compagni hanno registrato una impronta ecologica media pari addirittura a 6,3 ettari, contro i 3,8 della media Italiana. Certo, trovarsi in una città ricca come Modena, nella quale nessuno farebbe a meno di determinati “privilegi”, non aiuta a mantenere basso questo valore, ma dobbiamo tutti renderci conto che se non agiamo il più presto possibile con ogni mezzo a nostra disposizione, presto la nostra amata Terra si ritroverà, a causa nostra, nei guai fino al collo, o meglio, fino al Polo.

IMPARARE DAGLI INDIANI D’AMERICA

Secondo vari studi, nei paesi industrializzati bisognerebbe ridurre da quattro a dieci volte l’intensità di uso di materia ed energia. Ma la vera, necessaria rivoluzione sarà passare dalla mentalità del possesso alla mentalità dell’uso: cioè imparare a utilizzare più intensamente, e collettivamente, strumenti e infrastrutture, dalle lavatrici alle fotocopiatrici. Immaginate per esempio che le aziende produttrici le noleggino, invece di venderle: avrebbero tutto l’interesse a costruirle il più resistenti possibile e in materie prime riciclabili, per poterle recuperare alla fine dell’uso… Dicevano gli Indiani d’America: “Sotto la terra che calpestiamo ci sono gli occhi di sette generazioni che ci guardano, pronte a venire al mondo. Per questo i nostri passi devono essere leggeri”. Da quegli antichi indiani probabilmente abbiamo qualcosa da imparare.

Cerri Andrea, Venturelli Matteo.

 

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